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P
ANIERE VIEPIU'
Food as an expression of cultural typicalness and territorial origins

GAMBERETTI, ALICI e TONNO DEL CILENTO
LIMONI COSTIERA AMALFITANA - CARCIOFINI PAESTUM
MOZZARELLA DI BUFALA
SOPPRESSATA MONTI  ALBURNI


IL nostro Parco si dona a voi

PARCO DEL CILENTO E VALLO DI DIANO

                                                                                                                                      


Typical food refers to everything that originates and develops in the history, the repeated experience of a people, a country or nation.

" Racconto di una storia che parte da lontano, da molto lontano; quando l’uomo del Paleolitico abitò quelle grotte tra Capo Palinuro e Scario o anche le grotte dell’Angelo a Pertosa, le grotte di Castelcivita o quelle meno conosciute come la grotta di San Michele ad Olevano sul Tusciano. Procacciandosi con la caccia e la pesca il cibo, lascia a noi il segno tangibile della sua presenza antropica.

Racconto del mio vagar per questo mare e questa terra e di ignoti invasori venuti da lontano per cercar di conquistare tanta grandiosa e rude bellezza.

E ci vennero di tante razze di uomini, dai Greci ai Romani, dai Longobardi ai Saraceni, dai Normanni agli Angioini. Ma, solo con qualche stupenda eccezione, in molti portarono violenze ed angherie; “nobili” senza scrupoli, desiderosi di cercar potere, conquistare terra e di impadronirsi di una anima e di una umile felicità campana.

Lì, ancora stanno di vedetta le torri lungo la frastagliata costa e io che vado di vela ammiro la inutile e coraggiosa difesa che fu di un popolo desideroso di piantare una propria identità.

Ma qui voglio parlarvi di altro e di gente sana e all’antica: gente odorosa di sapere, profumata di mare e con la terra nelle unghie. Qui dove non osa entrare il male perché non ha fonte di guadagno, ma c’è solo il duro sacrificio del lavoro.

Mi inoltro lungo un sentiero impervio e seguendo il mio istinto giungo a mirare il silenzio. Lontano dal caos dei funesti pensieri e commerci, mi limito ad osservare come la natura si muove.

E si muove, lenta e potente, lì dove non c’è la mano schifosa dell’essere umano sfruttatore. La natura che con le sue complesse leggi governa tutto con armonia e leggiadra bellezza. Così in queste leggi rientra solo il saggio uomo che capisce e sa interpretare. Risolve le equazioni con gesti semplici e tramandati, senza colpo ferire.

Spettacolo grandioso che si presenta al mio cuore, nella sinfonia perfetta dell’uomo con la natura. La mia pancia si riempie di gioia nel gustare antichi sapori e nel capire come ci si nutre.

Divento parte integrante di una roccia, di un vento, di una grotta, di un albero, di una foglia, di un gambero, di un asino, di ………. divento anima.

La mia lanterna nella notte si ostina a far luce, ma presto mi accorgo che non serve. I miei occhi oramai vedono nel buio e catturano paesaggi e pensieri notturni. Sono sublimi e mai visti questi notturni sentimenti.

Anche la luna e le stelle vogliono rispetto.

Issate le vele, il mio legno scorre veloce sull’increspato mare e vedo, rivedo, una costa che tagliata in verticale mostra i segni della sua storia. Storia che oggi si ferma ad un Parco protetto e ora vuole imporre una giusta e sapiente continuazione.

Questa è cosa giusta, ma nel mio modo di vedere o meglio di sentire, io chiedo alla natura e alle antiche genti di educare l’invasore e cacciare il prepotente. Tanti anni sono passati e con le armi non siamo stati bravi, inoltre ci siamo fatti guidare dallo straniero, dal potere politico e dalla corruzione.

Ma oggi dico basta, almeno per quello che mi riguarda. Proteggiamo con i denti questo Parco, salvando noi stessi e la nostra anima.

Ognuno tracci il proprio sentiero di vita nel rispetto della tradizione antica e della natura selvaggia.

Rispettate il sacrificio di uomini che cercano una dignità di vita con il proprio onesto lavoro.

Rispettate questo Parco e i suoi sentieri nascosti.

Rispettate questo mare e questo vento che vogliono accettarvi con benevolenza.

Rispettate la natura e quegli uomini che ne risolvono le equazioni.

Rispettate gli artisti che traggano ispirazione da questa rude bellezza.

Rispettate la nostra gioia di vita fatta di cose semplici e piccoli gesti.

Allora, il nostro sorriso ci sarà per voi ……… sempre. "

 

Buon Vento,

Nausicaa III



G
amberetti di Nassa del Cilento

      

     

Con Viepiù Gamberetti freschi del nostro mare Cilentano.

Pescatori di Agnone, Acciaroli, Agropoli, Scario, Camerota, Policastro, Palinuro, San Marco, Pisciotta.

Il parapandalo (Plesionika Narval) è un elegante gamberetto rosa, dal lungo rostro, relativamente diffuso nel Mediterraneo occidentale, che ha il suo habitat ideale nel suggestivo ambiente delle grotte oscure sottomarine.
La predilezione per questi ambienti rende il gamberetto rosa delle caverne molto difficile da pescare con le reti, sia a strascico sia da posta. Per questa ragione, da sempre utilizza un sistema alternativo alle reti, ma altrettanto antico ed efficace: la nassa. Quella usata per la pesca al parapandalo è una struttura intrecciata di giunco e mirto; ha la forma di una grande zucca e un'apertura a imbuto - la bocca - che consente un facile ingresso alla preda, attirata dall'esca posta all'interno, ma ne ostacola l'uscita. Viene costruita dai pescatori, interamente a mano, nei mesi invernali, quando la pesca vera e propria si ferma.


A tavola
La qualità del “pascolo” delle zone semibuie e dominate dalle correnti, che costituiscono l'habitat naturale per il parapandalo, rende le sue carni particolarmente dolci e compatte. Assaggiare un parapandalo appena pescato dà un'idea del perché i crostacei, insieme alle altre creature marine che non sono proprio pesci, vengano genericamente denominati “frutti di mare”. Gli estimatori consigliano di consumarlo crudo, senza neanche la classica spruzzatina di limone o, al limite, saltato in padella con un pizzico di sale e pepe macinato.
Da abbinare a un bianco regionale, sapido e di buona struttura, ma non aromatico: ad esempio il Costa d'Amalfi Furore Bianco.

MERCATINO DEL PESCE

   
Un gusto senza paragoni.
 
 
  • Il gambero è un frutto del mare, te lo puoi fare sia arrosto, bollito, grigliato, al forno, saltato, c'è lo spiedino di gamberi, gamberi con cipolle, zuppa di gamberi, gamberi fritti in padella, con la pastella, a bagnomaria, gamberi con le patate, gamberi al limone, gamberi strapazzati, gamberi al pepe, minestra di gamberi, stufato di gamberi, gamberi all'insalata, gamberi e patatine, polpette di gamberi, tramezzini coi gamberi... e questo è tutto mi pare.
  • (Bubba l'amico di Forrest Gump)
     

    Alcuni Piatti con i Gamberetti Viepiù

    cocktail di gamberetti, gamberetti al curry, frittura di gamberetti e zucchine, spaghetti gamberetti, salmone e asparagi, gamberetti all'insalata, spiedini di gamberetti lardellati al prosciutto, scialatelli gamberetti, zucchine e rucola, crochette di gamberetti, fritelle di gamberetti, gamberetti al succo di cocco, focaccia di gamberetti ed asparagi, gamberetti con crema di carciofi, gamberetti ed avocado, tortellini ai gamberetti, linguine ai gamberetti, taglierini gamberetti e robiola, gamberetti al caprino, banderillos con gamberetti e prosciutto cotto, spaghetti gamberetti, calamari, cozze e vongole, gamberetti, seppie e salsa rosa, gamberetti alla griglia, farfalle gamberetti e vodka, insalata di gamberetti con zucchine grigliate, gamberetti con le taccole, fusilli gamberetti e zafferano, tortelli al limone con gamberetti
    gnocchetti gamberetti e gongonzola , codine di gamberetti, spiedini gamberetti e ananas, gamberetti e ricotta di bufala, purè di ceci ai gamberetti, pizza gamberetti, rucola, mais, gorgonzola, uova strapazzate e gamberetti, gemelli con gamberetti e pesto, seppie imbottite con gamberetti al forno, spaghetti gamberetti, pesto e pomodorini, bignè ai gamberetti, involtini di melanzane ripiene di gamberetti, ravioli ai gamberetti, fettuccine alla crema di gamberetti, pomodorini ripieni di gamberetti, antipasti di gamberetti e cannellini, tortiglioni ai gamberetti, tartine ai gamberetti, gamberetti saltati al miele di eucalipto, linguine ai gamberetti, germogli di soia e sedano, filetti di pollo e gamberetti, coppe di pompelmo e gamberetti, gamberetti e insalata di farro, crepes ai porcini e gamberetti, quadrotti di sfoglia con pesto e gamberetti
    tagliolini al nero di seppia e gamberetti, polpo e gamberetti  alla catalana, filetto di branzino e gamberetti, bigoli di zucchine e gamberetti, capesante e gamberetti, risotto carciofi e gamberetti, gamberetti marinati, gamberetti allo spiedo rosso, calamarata con zucchine e gamberetti, polpette di gamberetti, risotto fiori di zucca e gamberetti, polpi, scampi e gamberetti in agrodolce, stuzzichini di robiola e gamberetti, gamberetti, pinoli e mandorle, carbonara ai gamberetti, salmone e gamberetti,
    e tanto altro ancora ................................

    Alici del Cilento

          

         

    C’è un’antichissima tecnica di pesca, un tempo diffusa su tutte le coste del Mediterraneo, che sopravvive in pochi luoghi, in Italia. Uno di questi è il Cilento. Le alici si pescano nelle giornate di mare calmo, tra aprile e luglio: si esce all’imbrunire e si stende la rete sbarrando il loro percorso al largo. La rete le seleziona in base alla dimensione, catturando le più grandi e lasciando passare le piccoline. Nervose e guizzanti, le alici, una volta intrappolate, perdono velocemente gran parte del loro sangue. Con la forza delle braccia si tira in barca la rete e, delicatamente, si estraggono dalle maglie, una a una, staccando la testa ed eliminando le interiora. Poi si sistemano in cassette di legno e – fatto molto importante – non si utilizzano né il ghiaccio né altri tipi di refrigerante per il trasporto. Le alici vanno lavorate immediatamente: prima si lavano in salamoia e poi si dispongono in vasetti di terracotta, alternate a strati di sale. Quindi inizia la stagionatura, che avviene nei cosiddetti magazzeni, locali freschi e umidi dove un tempo, prima che nascesse il porto, si ricoveravano anche le barche. Qui le alici devono maturare, ma senza asciugare troppo, almeno tre mesi.

    Le alici del Cilento sotto sale si distinguono per la carne chiara che tende al rosa e per il profumo intenso e delicato, che le rende assolutamente uniche.

    A tavola

    Si mangiano fresche o sotto sale, crude o cotte. Molte ricette sono semplicissime, come l’insalata di alici crude, appena sbiancate dal limone e condite con olio, aglio e prezzemolo, o il sugo di alici, ottimo sugli spaghetti e velocissimo: basta friggere le alici con un po’ di olio, pomodorini, aglio e peperoncino. Più complesse, ma sempre basate su pochi ingredienti: le inchiappate (alici aperte, farcite con formaggio caprino, uova, aglio e prezzemolo, infarinate, fritte e cotte nella salsa di pomodoro), le ammollicate (alici spaccate, condite con mollica di pane, aglio, olio e prezzemolo), il cauraro è a base di patate, fave, alici e finocchietto selvatico.

    Alici salate in vasi di terracotta

    Colatura di Alici

     

     
    Tonno di Cetara

    Tuna fishing in Campania plays a major role in the national fishing scene - between Cetara and Salerno, Italy's largest tuna fishing fleet can be found. 

        

         

    Cetara è sempre stato un paese di pescatori, non a caso il suo nome deriva dal latino Cetaria, tonnara, o da cetari, venditori di pesci grossi. Lo stesso vocabolo latino deriva probabilmente dal greco Ketèia, che vuol dire sempre tonnara. Già insediamento nell'880 di un gruppo di armati musulmani, con la benedizione del vescovo di Napoli Atanasio, che così poteva colpire i suoi nemici locali di Capua, Salerno, Spoleto o Bewnevento, nel 1551 Cetara fu assalita dalle armate turche che fecero strage di chi non voleva imbarcarsi al loro servizio. Dopo il tragico episodio gli abitanti di Cetara costruirono una possente torre di avvistamento, simbolo caratteristico della ridente cittadina. Dal 1685 la vita cetarese ebbe nei Francescani un essenziale punto di riferimento pedagogico, culturale e morale. La loro presenza è testimoniata dall'imponente complesso monumentale conventuale. Le bellezze naturali ed artistiche, complice la splendida posizione geografica, hanno reso Cetara patrimonio dell’ Unesco.

    Le famiglie di pescatori, che hanno le tonnare al porto di Cetara, vivono di questo lavoro da secoli. La pregiata carne del tonno viene esportata in tutto il mondo e soprattutto in Giappone. Noi di Viepiù sosteniamo le battaglie di Greenpeace sul ripopolamento del tonno e siamo convinti che una pesca più consapevole, responsabile e limitata vada effettuata per il bene di tutto l'ecosistema marino. In questo i Cetaresi sono i primi a volerlo, soprattutto per la continuazione di una tradizione che non può finire.

    L'estinzione commerciale del tonno rosso è appena dietro l'angolo a causa della pesca pirata. Un nuovo rapporto di Greenpeace, "Where have all the tuna gone?", sottolinea l'urgenza di misure per rafforzare le norme sulla pesca e proteggere in particolare i luoghi di riproduzione. L'Iccat (Commissione Internazionale per la Conservazione del Tonno Atlantico) ha stabilito che ogni anno non si possono pescare più di 32 mila tonnellate di tonni. Il rapporto di Greenpeace dimostra che in realtà le catture superano questa quota del 37 per cento, più di 12.000 tonnellate. A questo si deve aggiungere che la produzione da allevamento del tonno supera le 51.000 tonnellate/anno, quasi il 60 per cento oltre la quota annuale di cattura ammessa. Si tratta di tonni pescati e messi in gabbia ad ingrassare. Tutto ciò, grazie anche ai sussidi dell'Ue che negli ultimi 10 anni hanno superato i 28 milioni di euro.

    Noi e i pescatori di Cetara sosteniamo Greenpeace.


    Tonno a tranci sott'olio
    540 gr

    Ventresca di Tonno 314 gr

    Bottarga di Tonno

     

     
    Limoni della Costiera Amalfitana

          

    Il limone, in costiera amalfitana, è qualcosa di più di una semplice coltura. È, da almeno tre secoli, il motore trainante dell'agricoltura locale. È un elemento fondamentale del paesaggio: il verde e l'oro dei giardini di limoni sono i colori dominanti in costiera. È un elemento dell'architettura rurale: tre milioni di metri cubi di costruzioni, tra terrazzamenti e fabbricati agricoli. È uno strumento imprescindibile per la tutela dell'assetto idrogeologico della zona: il sistema di terrazzamenti e canalizzazioni assicura un controllo costante sui flussi delle acque, sia piovane sia sorgive. Ricco il patrimonio di varietà locali, selezionate nei secoli dal paziente lavoro dei contadini amalfitani: Sfusato di Amalfi, Gloria di Amalfi, Limone di Maiori, Ovale di Sorrento, Limone di Procida. In particolare, le origini del limone Sfusato Amalfitano, un ecotipo derivato dalla cultivar Femminiello Comune, risalgono addirittura a epoca romana. Dalle rovine della città di Pompei infatti, distrutta dalla eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., e precisamente sulle pareti della Casa del Frutteto, sono emersi, mirabilmente conservati, affreschi raffiguranti una pianta di limoni nei cui frutti alcuni esperti hanno riconosciuto i tratti caratteristici dello Sfusato.
    Nonostante questo immenso patrimonio storico e culturale, la limonicoltura amalfitana è in crisi, per una serie di ragioni: gli elevati costi di produzione, che non trovano un riscontro nei prezzi di vendita troppo bassi, la concorrenza delle grandi piantagioni siciliane e le difficoltà nel reperire manodopera qualificata.

    A tavola
    I limoni amalfitani, e lo Sfusato in particolare, hanno caratteristiche qualitative del tutto particolari: una recente ricerca condotta dal Dipartimento di Ingegneria Chimica e Alimentare dell'Università di Salerno ha evidenziato il maggior tenore (in certi campioni, addirittura il doppio) di composti aromatici rispetto ai limoni comunemente in commercio. Di forma allungata (da qui il nome “sfusato”), ha buccia di colore particolarmente chiaro, un aroma e un profumo intensi grazie alla ricchezza di oli essenziali e terpeni. La polpa è succosa e acida, con bassa presenza in semi. Ha sempre avuto un ruolo importante nella preparazione di dolci e gelati, il suo aroma è il tocco da maestro in molti piatti della cucina mediterranea; risultati straordinari si ottengono nella preparazione del tradizionale limoncello.

     

    Carciofini Freschi di Paestum

          

         

    La diffusione del carciofo nella valle del Sele risale alla fine degli anni ‘20 del secolo scorso grazie alle vaste opere di bonifica e di profonda trasformazione agraria apportata dalla riforma fondiaria. Tracce della presenza del carciofo nella piana del Sele sono segnalate già nel 1811 dalle statistiche del Regno di Napoli e nel 1949 dalle memorie di geografia economica del Migliorini. La descrizione più approfondita della diffusione, dell’importanza e potenzialità della coltivazione del carciofo nella Piana del Sele è stata fatta dal Bruni nel 1960, che fa riferimento al “Carciofo di Castellamare di Stabia” come varietà coltivata, citata in seguito da altri autori come sinonimo della nuova denominazione “Carciofo tondo di Paestum”. I primi coltivatori di questa specie furono agricoltori del napoletano che, trasferitisi nella zona, impiantarono i carducci (talee di carciofo) proprio nei campi adiacenti i famosi templi di Paestum. In Campania, nel 1929, la superficie coltivata a carciofo era di 818 ha, per una produzione di 80.566 quintali con una media di 9.850 kg/ha. Successivamente, dopo la seconda guerra mondiale, si è avuto un notevole incremento di questa coltura tanto che, nel quinquennio 1962 - 1966, la superficie media interessata a carciofo passò a 2.782 ha proprio grazie all’incremento di superficie nell’area del “Carciofo di Paestum”. Jannacone nel 1997 evidenziava: ““È da notare che in Campania il carciofo è quasi completamente scomparso dalle aziende delle tradizionali aree agricole per trasferirsi in altre, soprattutto nella pianura del Sele. Attualmente la superficie investita a carciofo si attesta su 2.300 ha di cui l’80 % nella piana del Sele.”” Oggi il prodotto rappresenta una produzione di punta nell’area considerata anche grazie alla notorietà acquisita. Pertanto, per evitare imitazioni ed usurpazioni della denominazione verrà garantita la rintracciabilità del prodotto, grazie ad un elenco dei terreni coltivati dei produttori e delle produzioni che saranno controllati da un apposito organismo di controllo.

    Eccellenti le sue doti salutari. Ricco di sali minerali (calcio, ferro, potassio, fosforo) il “tondo di Paestum” aiuta le funzioni renali, combatte i disturbi circolatorii e le infezioni intestinali e smaltisce il colesterolo. Il suo gusto particolarmente raffinato si sposa bene col pesce, la carne, i formaggi.

    Mozzarella di Bufala a mano

          

         

    Il bufalo della mozzarella, Bubalus bubalis, è un bovino originario dell'Asia, di corporatura massiccia, di colore scuro e con pelo corto, abituato a vivere in zone paludose, nei cui fanghi suole rotolarsi per la salute della propria pelle e per difendersi dall'eccessiva irradiazione solare.
    Le ipotesi sulla nascita della mozzarella sono diverse, ma si collocano tutte nel Medioevo.

    Secondo alcune fonti storiche molto accredidate il fertile incontro delle genti campane con il bufalo e il suo prodotto principe la mozzata avvenne alle foci del fiume Garigliano. Secondo queste fonti sarebbero stati i Saraceni a trasportare i bufali prima in Sicilia e poi nella paludosa piana del fiume Garigliano, quando vi si stabilirono con un vero e proprio Ribat dal quale partivano per saccheggiare città e monasteri di mezza Italia, da Spoleto alle Puglie. Il popolo germanico si sarebbe imbattuto nell'animale dopo avere sconfitto i Saraceni nella Battaglia del Garigliano del 915 d.C. combattuta insieme ai Bizantini ed all'esercito di Papa Giovanni X uniti nella lega Cristiana. I Longobardi alla foce del fiume campano, oltre alle bufale avrebbero raccolto anche i monaci che i Saraceni nel corso degli anni di permanenza avevano catturato e fatto loro schiavi. Questi avrebbero poi tramandato ai confratelli quanto appreso dai Saraceni. La cosa spiegherebbe così la diffusione del formaggio nel basso Lazio nelle zone nelle quali si trovavano numerosi monasteri ed abbazie. Secondo altri invece fu importato dai Longobardi tra il VI secolo e il X secolo; in epoca medievale esso era impiegato soprattutto per i duri lavori nei campi.

    Le prime notizie storiche certe si hanno proprio in un documento longobardo. Secondo queste fonti, già nel XI secolo la principessa Aloara, vedova del Principe di Capua Pandolfo Testadiferro, distribuiva una "mozza" con un pezzo di pane ai monaci dell'Abbazia di San Lorenzo ad Septimum alle porte di Aversa, componenti del Capitolo ove ogni anno vi si recavano in processione. Secondo altri la mozzarella l'avrebbero inventata i monaci stessi: mentre le bufale si trovavano nelle vallate acquitrinose, i conventi erano invece dislocati sulle alture; per trasportare meno peso sù per la montagna, il latte veniva lavorato con un procedimento veloce direttamente sui pascoli, concentrandolo in un latticino che poi veniva trasportato su in convento.
    Secondo altri invece gli inventori della mozzarella sarebbero stati i Normanni, la cui contea-città era Aversa dove tutt'oggi sono attivi numerosi caseifici nei quali si produce e si vende la tipica Mozzarella Aversana.

    Dell'uso, della lavorazione e del consumo dei prodotti derivati dal latte di bufala (il casicaballus, il butyrus, la recocta, il provaturo), abbiamo attestazioni in documenti risalenti al XII secolo conservati presso l'archivio episcopale di Capua.

    Il primo documento ufficiale che parla della mozzarella aversana è recente e risale agli inizi del XV secolo.


    Dagli anni Novanta il riconoscimento della "DOP" (Denominazione di Origine Protetta) assicura i consumatori e specifica l'area geografica in cui essa viene prodotta.

    Bubalus bubalis

    "vie impraticabili e qua e là paludose fino al piede di due belle montagne, attraversando canali e ruscelli, e incontrando bufali dall'aspetto di ippopotami, dagli occhi selvaggi e iniettati di sangue" da W. Goethe



    Varie Pezature tutte e mano

    Soppressata dei Monti Alburni

          

         

    La sopressata cilentana e del Vallo di Diano è un salume insaccato previa affumicatura. Il prodotto si presenta con una stagionatura di almeno 40 giorni. La carne suina viene triturata e miscelata con sale ed aromi naturali. L'impasto viene asciugato all'aria dopo essere stato posto in pani (sorta di panieri in fibra naturale) e insaccato in budello naturale suino. Segue poi una fase di affumicatura con legna di bosco (faggio e quercia).

    Quella che vi propone Viepiù è qualcosa di ancora più sublime, perchè viene lavorata dalle abili mani di antiche persone e viene stagionata sui Monti Alburni.

     

    PANIERE VIEPIU'
    direttamente sulle vostre tavole.